Violenza domestica e femminicidio, intervista al Dottor Ernesto Leccese

Il Dottor Ernesto Leccese specializzato in Psichiatria e Psicoterapia ha conseguito il Master di primo e secondo livello in Criminologia e psicopatologia forense, docente presso il COISIP è stato anche coordinatore di una Comunità Terapeutica Riabilitativa per pazienti con doppia diagnosi. Nel 2001 pubblica il libro ” Il Serial Killer nella realtà e nell’immaginario” edito da EUR, arrivato alla terza ristampa, il libro è stato citato in numerose pubblicazioni scientifiche tra cui uno dei recenti libri di Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli ” Il Serial Killer “.

Il Dottor Leccese è socio fondatore dell’ Associazione ” Il Caleidoscopio” di Roma che è Ente formatore accredidato con l’Università Sapienza per il tirocinio teorico e pratico di medici e psicologi, inoltre presiede  la coordinazione della Task Force per la prevenzione e cura dei disturbi delle Condotte Alimentari e del Gambling patologico presso la Clinica S. Marco di Latina, ha accettato di rispondere ad alcune domande, ringraziandolo dell’intervista concessa, gli auguriamo buon lavoro.

Intervista

Dalla violenza psicologica e fisica fino ad arrivare al femminicidio, quali sono le maggiori cause della violenza contro le donne nella società contemporanea?

La sua domanda è veramente molto impegnativa e richiede una risposta che per essere esaustiva va sagomata attorno al quesito e sarà quindi necessariamente lunga ed articolata.

È ovvio che la fenomenica della violenza di genere riconosca il concorso di molti fattori che giocano e dialogano insieme rispetto ai quali si è provato nei decenni e procedendo dai vari vertici valutativi: filosofico, antropologico, psicologico, psicopatologico, sociologico etc., a fare appunto un’attenta “analisi fattoriale pesata”.

Con questa summenzionata scorciatoia gergale s’intende riferirsi a quel principio esegetico avente per obiettivo quello di proporre una più realistica scala gerarchica di importanza attribuibile ad un dato fattore in rapporto agli altri anch’essi, eventualmente, implicati nel determinismo di un evento biologico/psicologico o di un fenomeno sociale.

L’enumerazione di tutti quelli invocati in rapporto all’oggetto sarebbe impresa non facile poiché dobbiamo considerare le notevoli variabili che entrano in gioco quando l’approccio voglia avere non tanto lo scopo di proporre una vaga, fumosa, impressionistica descrizione del fenomeno quanto piuttosto la ben più ambiziosa mira di centrare il target in termini più concretamente obiettivi secondo i criteri tassonomici scientifici.

Ne emerge che in questa complessa, intricata multifattorialità l’incompetenza affettiva sia il dato che maggiormente incoraggi a ritenere che da parte del genere maschile la strada da fare sia veramente lunga e senza questa acquisizione di competenze sentimentali e quindi di una diversa dotazione psicologica non ci si possa realisticamente attendere niente di promettente.

Certamente insistono cause più schiettamente di natura psicopatologica con la congèrie di descrizioni affini al lavoro dello psichiatria. oEgli come “human scientist”, ossia di medico che principia il suo lavoro dalla analisi dei processi mentali da cui discendono i comportamenti, a volte così bizzarramente incomprensibili, deve spiegare i fatti dopo averli compresi. È proprio nel percorso che conduce” dall’Erklaren (spiegare) al Verstehen (comprendere)” che è possibile cogliere l’essenza nucleare della cura della mente dell’ uomo in tutte le sue declinazioni.

Comunque, tornando al quesito, il dato maggiormente rilevante ed inquietante è rappresentato dal colossale misunderstanding in base al quale ciò che è violento, efferato, disgustoso debba essere, quasi in automatico, considerato di sua pertinenza si da spingere qualcuno a pensare, di volta in volta, a delle caselle nosografiche in cui collocare tali brutalità.

Ciò renderebbe non solo paradossalmente antiscientifico il nostro lavoro ma avallerebbe il pensiero di Immanuel Kant che spesso stigmatizzava, proprio in rapporto alla nascente disciplina psichiatrica, certi atteggiamenti errati nello svolgimento della pratica medica quotidiana ed immediatamente rinvianti ai precetti dottrinari ad essa sottesi e di conseguenza fallati ancor prima .

Il sommo filosofo di Konisberg ammoniva sarcasticamente così: “C’è un genere di medici, i medici della mente che ogni volta che trovano un nome, pensano di aver scoperto una malattia”.

L’aforisma impietoso risalente al 1764 deve essere considerato tutt’oggi un criterio di buon senso con cui confrontarsi.

Tutto ciò per ribadire che è verissimo che il disturbo narcisistico, con i suoi tratti di algido distacco emotivo può essere alla base di violenza così come può esserlo, ad esempio, il discontrollo degli impulsi del soggetto borderline e chiaramente potrebbe diventarlo il delirio persecutorio dello schizofrenico paranoide o piuttosto la grave deriva verso la gelosia patologica di chi è affetto da disturbo delirante (una volta paranoia n.d.r.).

Insomma pur considerando non certamente irrilevanti questi elementi decisamente connotanti l’agire di menti malate dobbiamo d’altro canto, e noi psichiatri dovremmo affermarlo prima di tutti , accettare l’idea che chi pratica la violenza di genere è principalmente il prodotto di una robusta subcultura che più di ogni altra cosa determina il feminicidio; ostinarsi a ritenere che solo i pazzi siano pericolosi socialmente è per converso, con dati alla mano, argomentazione per “narrow minded” per usare un anglicismo felicemente e provocatoriamente icastico.

Che le cose stiano così e che l’improntazione sia ampiamente determinata da fattori culturali piuttosto che dall’arrivo inatteso nella civiltà di un’improbabile “Stultifera Navis” lo confermerebbero pratiche di delitto identitario come lo sfregio per mezzo dell’acido muriatico lanciato sul volto di donne occidentali o le recenti morti di ragazze (l’ultima in ordine di tempo è stata annunciata ieri 21 aprile dagli organi di stampa, la ragazza pakistana residente a Brescia che voleva destinarsi in sposa ad una ragazzo italiano contro il volere del padre e del fratello) pakistane piuttosto che di bambine in India.

La deprecabile abitudine quindi di offrire alibi agli orchi cercando di descriverli folli è assolutamente da dismettere!

Basta con questa polluzione di diagnosi spesso richieste, diciamolo chiaramente, da certa avvocatura con la complice disponibilità da parte nostra, puro ancillarismo nella maggior parte dei casi a voler dire la verità;

parimenti andrebbe riconsiderata in quest’ottica la sempre copiosissima produzione di perizie psichiatriche di cui si legge rispetto a chi ha commesso femminicidio che è, a mio avviso, cosa poco commendevole nella maggior parte dei casi.

Occupiamoci, ribadisco, primariamente dell’incompetenza affettiva e dell’incapacità di dar voce alle proprie emozioni senza dover far ricorso ad agiti violenti e di come, complessivamente, ci muoviamo nella sfera dell’intimità;

insegnano primariamente il rispetto dell’altro da noi cosa che implica  anche l’accettazione consapevole, seguendo la traccia etimologica, del “respicere”, la distanza, la costruzione di “un’ortometria” nei rapporti come nella bella favola sui porcospini raccontata dal filosofo Schopenauer.

Impariamo, facendo leva su valide relazioni basate su questo, che il rapporto sentimentale non può costruirsi e mantenersi in base ad esigenze evidentemente antivitalistiche di annessione tirannica, di logiche d’asservimento, di fagocitosi dell’altro da noi ma appunto insegnando anche la possibilità di recedere, di riconsiderare spazi di rapporto basati su distanze sempre modulabili e rinegoziabili, in sostanza di accettazione vera della libertà dell’altro partner.

Questo aspetto è quello più importante e senza un comunitario, convergente, sforzo educativo non sarà possibile niente e la metanoia del pensiero maschile in ambito amoroso ha bisogno pertanto certamente di molti tools psicopedagogici accanto ai quali aggingere quelli non meno importanti rapresentati dai sostegni giuridici.

L’educazione familiare e l’ambiente possono incidere nei comportamenti  violenti o le ragioni sono imputabili a delle patologie?

Penso che rispondendo al primo quesito abbia evaso, contemporaneamente e consensualmente, anche questa domanda ma propongo comunque in risposta questa ulteriore puntualizzazione come rafforzamento del concetto precedentemente espresso.

La violenza di genere va sempre ricercata nella famiglia, poiché è nella famiglia che si trasmettono e costruiscono modelli valoriali e soprattutto si determina quel processo di grande importanza da un p.d.v. psicologico che è la capacità di tollerare le frustrazioni che è uno dei principali bastioni di una personalità matura ed integrata.

Per essere più incisivi nella chiarezza: ogni qualvolta un genitore o la coppia genitoriale si accinge ad accorciare quel fisiologico tempo di latenza intercorrente tra la richiesta di una meta gratificante per il bambino e la sua soddisfazione rendendola pressoché immediata, sempre e comunque scontata, i care givers non fanno altro che porre, certamente dentro la loro cornice di riferimento culturale, la pietra angolare per l’edificazione di una personalità insofferente al rifiuto, alla dilazione del tempo del godimento.

Deve quindi essere posto, di volta in volta e rispettosamente alla fase del ciclo vitale attraversata e del livello di maturazione psicologica acquisita dal bambino, un barrage, una diga; ciò è fondamentale affinchè il suo sentimento del tempo non sia coartato all’hic et nunc, all’istantaneità indifferibile della jouissance.

Saper educare i bambini ad avere pazienza, a saper attendere, ad essere fiduciosi renderebbe le cose più semplici e certamente impronterebbe le loro vite ad una relazione più sana, equilibrata ed empatica con l’altro da sé.

Perché alcune donne non denunciano i loro aggressori?

Le donne non denunciano per tanti motivi tra cui spiccano quelli principalmente legati alla difesa dell’unitarietà della famiglia che frequentissimamente cercano di preservare soprattutto quando, da mamme, tentano di essere interpreti delle esigenze della prole.

È evidente che prendere botte e non solo per i figli è pratica sbagliata ma ciò riflette quanto da molti secoli, e non solo nella cultura greco-romana, è il doppio statuto che le riguarda; da un lato le donne sono apportatrici di benessere, di cura, di amore in quanto madri appunto, ma anche sorelle, crocerossine, mogli…

In base a questo non si rinuncia facilmente all’idea che ella debba essere sempre e comunque oblativa ma la donna è evidentemente “altro”.

Di fatto la donna è il” puro eteròs” per il maschio, è evidentemente molto altro rispetto allo stereotipo di angelo del focolare e quando ella viene percepita, appunto, come radicalmente altro, soprattutto rispetto a questa richiesta infantile, arcaicamente primordiale se vogliamo, di mera presenza accuditiva che è tutt’altra cosa rispetto all’angoscia suscitabile da un’oggetto potenzialmente impermanente, distante dal criterio che la esige rassicurante in quanto essere animato da vivaci e tenaci desideri propri ed eccedenti la dimensione domestica della madre caritatevole e della moglie comprensiva ed affettuosa, possibilmente dotata di fedeltà nibelungica e tutta a vantaggio del partner beninteso, allora non viene più accettata: evidentemente ciò che si distanzia dal canone diventa aleatorio, incomprensibile se non propriamente pericoloso.

Spesso certa violenza tende a negare questa possibilità di disidentificazione da quel modello prototipico di sentirsi ed essere donna;

Chiaramente la subordinazione economica, la mancanza di una capacità di produrre reddito e quindi conseguentemente autonomia sulla base di vere e proprie discriminazioni spiegano cosa possa esserci a fonadamento della rinuncia a denunciare.

Last but not least c’è, ovviamente, il discorso giuridico e se oggettivamente oggi le cose sono migliorate da questo punto di vista non possiamo non riconoscere ritardi ed arretratezze su questo terreno visto che fino al 1981 veniva contemplato il delitto d’onore….

Per rimanere alla domanda fornisco un esempio di incontestabile aderenza alla realtà che elucida bene le difficoltà incontrate dalle donne di molti paesi compreso ovviamente il nostro.

L’agenzia europea per i diritti fondamentali ha fatto una SURVEY nel 2014 focalizzando sulla violenza a sfondo sessuale e dal pdv fisico ed è emerso, contrariamente a quelle che potevano essere delle ipotesi basate sul livello di civilizzazione et ergo dei diritti civili acquisiti dalle donne ed evidentemente praticati: ebbene, si diceva, che in apparente contraddizione con questi dati si finiva per repertare che nel nord Europa le stime deponevano per un decisamente maggior numero di casi di violenza di genere che non nel sud Europa.

Il dato, in realtà, necessitava di una seconda lettura in base alla quale era possibile cogliere che questo delta, per così dire strano a congetturarsi, era dovuto al fatto che le donne, all’interno di sistemi che riconoscono non solo sulla carta i diritti di rispetto, parità, intangibilità del corpo femminile, si sentivano molto più tranquille ed incoraggiate a denunciare i loro aggressori e quindi non “matchando”, non facendo incontrare questi due aspetti: 1) il maggior numero di denunce; 2) e la percezione nitida, concreta, di una maggior sicurezza, si poteva essere indotti a credere che rispetto ai paesi del sud Europa (comprendendo ad es. la Spagna e l’Italia) il fenomeno fosse più pervasivo, diffuso, pericoloso ma ciò risentiva proprio di questo bias culturale.

Si è parlato molto in Italia del caso Asia Argento, come vittima l’attrice ha avuto una grande solidarietà negli USA, al contrario nel nostro Paese è stata attaccata duramente sul web e sui giornali. Lei cosa ne pensa al riguardo?

La querelle che è seguita alla denucia della signora Argento nei confronti del signor Harvey Weinstein, il capo della Miramax, è decisamente inscrivibile nel solco di una insopprimibile voglia di esercizio del potere da parte del maschio ed il caso in questione lo ipostatizza manualisticamente.

Gli uomini sempre più in affanno rispetto alle esigenze di parità e di concreto egalitarismo avanzate dalle donne incontrano sempre più frequentemente “inciampi” da parte di coloro che avrebbero taciuto fino a qualche decennio fa anche nel confessionale per vergogna, figurarsi a parlarne e a farne oggetto di denuncia mediaticamente amplificata su scala planetaria…

La signora Argento è stata brutalizzata dall’orco o ha piuttosto speculato biecamente descrivendo scenari di sofferenza psicologica determinata dai presunti abusi traendone un gratuito vantaggio pubblicitario atto a rinfrescarne l’immagine e per darle più visibilità in un momento di difficoltà professionale? Chissà…

Sembra che l’interrogativo debba essere più che alle coscienze indirizzato ai palazzi di giustizia stante il vespaio di polemiche forcaiole e di dubbi sulla buona fede da partedell’interessata come lei ben evocava nell’enunciazione della domanda.

La questione però, l’unica che possa e debba interessarci è evidentemente far capire attraverso questo caso emblematico che effettivamente le donne non solo sono ancora e legittimamente spaventate da atteggiamenti schiettamente intimidatori quando non palesemente violelnti ma anche, dispiace dirlo, dell’angoscia che attanaglia tutte le “consorelle di genere identitario”.

Abbiamo paradigmaticamente, a parer mio, assistito ad un tentativo di nevrotica rimozione collettiva nel nostro paese.

A fronte di evidenze palmari suffragate da numeri inconfutabili che ci dicono con stime aggiornate che 6 milioni e 743mila donne italiane fra i 16 ed i 70 anni, ovvero il 31,9% delle donne in questa fascia d’età abbia subìto violenza, una violenza di tipo fisico (18,8%), sessuale (23,7%), psicologico (33,7%) o di stalking (18,8%) senza tacere poi di quel 14,3% che dichiara di averla subìta dal proprio partner, insiste la necessità, evidentemente, a non voler dare credito a tali istanze di risarcimento, almeno sul piano morale se non su quello materiale.

La denuncia della molestia e dell’abuso vengono ancora largamente rigettate da moltissime donne per motivi che avrebbe spiegato molto bene, certamente meglio di tanti esperti in materia, un giovanissimo filosofo, amico del più celebre de Montaigne, Etienne de la Boétié che all’età di 18 anni scrisse un libro straordinario recante titolo: ”Discorso della servitù volontaria (in inglese “Discourse on voluntary servitude: why people enslave themselves to authority).

Nel libro, il giovanissimo filosofo e giurista De La Boetié, si pone una domanda che bene si adatta a spegare la tendenza all’oltranzistica negazione di una realtà così drammaticamente concreta ed ubiquitariamente condivisa da parte della galassia femminile.

Essa è la seguente: <<Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato>>

Il testo fu pubblicato nel 1549 ma interroga le coscienze ancora oggi sui motivi per cui moltissimi si assoggettano, accettano passivamente, rifiutano di vedere e leggere la realtà di subordinazione cui si sono consegnati.

Anche laddove la signora Asia Argento fosse una mitomane il problema risiede nella rinuncia al paradossale vantaggio di essere protette ed approvate dal tiranno.

Quanto detto, ovviamente, non è applicabile a tutte le donne, che sia ben chiaro, ed è parimenti scontato che solo una parte minoritaria del genere maschile pratichi violenza sulle donne ma tali reazioni così vibrantemente sdegnate possono confermare da sole l’esistenza di una ancora importante sudditanza femminile.

Era del resto Freud che credeva fermissimamente che: << Nella parola l’uomo trova un surrogato all’azione, e con l’aiuto della parola, l’affetto può essere abreagito in misura quasi uguale>>.

È quindi importante che si aiutino le donne a poter testimoniare la loro condizione fornendoci gli strumenti giuridici e di sostegno socio-psicologico sempre più idonei a favorire ed a sostenere tale processo emancipativo.

Per questo la campagna cui hanno aderito tante donne dopo la denuncia della signora Argento va accolta come una significativa vittoria della civiltà e del diritto che non può limitarsi alla pratica segreta e riservata della confessione così come da canone religioso se si vuole veramente dare impulso ad un cambiamento ad onta del rischio di essere accusate di personalismi intrisi di narcisismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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